E' un
frammento di storia inconsueto e assolutamente poco esplorato, quello del
quale si occupa Fabio Montella nel suo ultimo libro edito con il contributo
del Comune di Mirandola e intitolato "Alba di libertà. Mirandola e gli
Alleati tra Liberazione e Ricostruzione" (Mirandola 2007, 96 pagine,
fuori commercio). L'insolito viene annunciato già dalla copertina. La foto
che vi compare riproduce infatti il cimitero ricavato in un terreno
agricolo nei pressi della chiesa di San Martino Carano e che dal 1945 al
1961 ospitò, sotto centinaia di croci bianche bene allineate, le salme di
altrettanti soldati degli eserciti che si affrontarono sul suolo italiano.
Quelle dei militari americani vi rimasero tre anni, fino al 1948; i
Tedeschi, invece, fino al 1961.
Quel cimitero resta ora solo nei ricordi degli ultra sessantacinquenni e in
una targa commemorativa apposta sul luogo il 27 aprile scorso
dall'Amministrazione comunale. E si può dire che riassuma le vicende di
quei giorni tumultuosi, grosso modo racchiudibili fra il 10 e il 22 aprile
1945, vale a dire fra lo sfondamento della linea Gotica, in Appennino, a
opera degli Alleati e la liberazione di tutte le città e paesi della
pianura, in molti casi anticipata dalle formazioni partigiane.
Quelli che sono sempre stati liquidati in fretta come "ritirata
tedesca verso il Po" e "arrivo degli Americani", qui
diventano invece una circostanziata ricostruzione di giorni convulsi e
sanguinosi. Nei quali i reparti della Wehrmacht, pur non commettendo qui le
efferatezze delle quali si macchiarono in altre località, tennero ben
serrati i ranghi, nonostante l'ineluttabile sconfitta. E non rinunciarono a
rispondere colpo su colpo agli attacchi portati sia dal cielo, con i
bombardamenti e i mitragliamenti alleati, che da terra, dalla sempre più
organizzata guerriglia locale. Dunque, rappresaglie, impiccagioni
(terribile quella dei sei giovani della comunità di don Zeno, appesi ai
lampioni di San Giacomo Roncole in risposta all'uccisione di due militari
tedeschi), fucilazioni dopo processi sommari non mancarono di certo in quei
giorni, per lo più in risposta alle azioni dei partigiani.
Poi ci fu l'arrivo degli Alleati, accolti festosamente della popolazione,
sollevata da un evento che poneva termine ai cupi mesi dell'occupazione,
aprendo una pagina nuova di storia dopo il ventennio fascista. La ricerca
di Montella, condotta anche su archivi privati e con l'apporto di
straordinarie immagini fotografiche per lo più inedite, non trascura la
vita cittadina negli anni precedenti il conflitto. Ma dà il meglio sui
fatti, molto meno conosciuti, dell'immediatamente prima e dopo la
Liberazione di Mirandola: l'organizzazione dei più di mille prigionieri
tedeschi catturati, l'allestimento del Comando e dell'ospedale alleato, i
Mirandolesi che vi trovarono lavoro, l'ospedale veterinario per i cavalli e
i muli messi all'asta una volta curati, gli approvvigionamenti
problematici, le incomprensioni con il Comando alleato, le venti uccisioni
di ex fascisti detenuti, quelle misteriose di alcuni ex partigiani, le
personalità, come il primo sindaco Nino Lolli, che si misero in luce nella
ricostruzione, i primi passi dell'Amministrazione comunale.
E poi quello strano cimitero, il più a nord fra i 18 creati in Italia
dall'esercito Usa, che arrivò a ospitare fino a 1.514 salme, portate a
Mirandola dentro teli bianchi e con i camion da tutti i luoghi degli ultimi
combattimenti. Fu smantellato nel 1948, quando i resti dei caduti vennero
in buona parte rimpatriati, mentre circa trecento furono trasferiti nel
cimitero americano di Firenze. A San Martino Carano restarono solo 334
salme di caduti tedeschi delle cui sepolture e della relativa
riconoscibilità, per un paradosso della storia, dovette occuparsi - e le
autorità federali tedesche gliene daranno atto - il Comune di Mirandola.
Fino al 1961, quando vennero traslate al grande cimitero tedesco del Passo
della Futa.
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